Una lettera a Carlo Giuliani

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Nel 25º anniversario della Battaglia di Genova

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Il 20 luglio 2001, al culmine del movimento contro la globalizzazione capitalista, centinaia di migliaia di persone si radunarono a Genova, in Italia, per opporsi al vertice degli otto governi più potenti del mondo — il G8. Durante le imponenti manifestazioni che seguirono, un carabiniere, Mario Placanica, sparò e uccise un manifestante di 23 anni, Carlo Giuliani.

In testo che segue è scritto da Tomas Rothaus, che ha partecipato anche lui alle giornate di Genova.

Un memoriale nel luogo in cui Carlo Giuliani fu ucciso, non molto tempo dopo la sua morte.


Se stiamo parlando seriamente di rivoluzione, allora dobbiamo guardare seriamente alla storia e vedere quali sono le conseguenze, non solo se falliamo, ma anche se ne usciamo trionfanti. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.

—“Le lezioni di Genova” Barricada #8. Estate/Settembre 2001

Ho scritto quelle parole una volta, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su tutti i giornali e su tutti gli schermi televisivi. Le ho pubblicate sul nostro giornale anarchico, Barricada, e continuo a sostenerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più, e considero la tua morte una tragedia. Ancora oggi penso a te più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere l’unico a farlo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio indirizzassimo la rabbia che portavamo nei nostri cuori contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bombe Molotov illuminassero la notte, che le pietre piovessero nell’oscurità contro le banche, che tendessimo imboscate alle auto della polizia, che incidessimo il tuo nome sui muri di Boston, Gottinga, Parigi e Berlino. A volte, per celebrare la tua vita piuttosto che la tua morte (oltre che per depistare la polizia), abbiamo scelto di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua morte.

Oggi, a decenni di distanza da quel 20 luglio 2001, mi capita spesso di ripensare a te nei modi più inaspettati. Vedo una persona sulla quarantina. Vestita con cura, ordinata, magari in giacca e cravatta o in qualche tipo di uniforme. Un essere umano abbastanza maturo da mostrare i segni delle inevitabili tensioni della vita, dell’amore e del lavoro, ma abbastanza giovane da far trasparire ancora la sua giovinezza dietro la barba incolta del tardo pomeriggio e la pancia che inizia a spuntare. Perché quando vedo questa persona comune — qualsiasi persona comune — che ha più o meno l’età che avresti oggi, ricordo il giorno in cui il proiettile di quel carabiniere ti ha portato via la vita — e il tuo futuro.

Non sono tanto indignato per la tua morte quanto per tutte le vite che ti sono state rubate.

Avevamo un legame in battaglia, ed è stato solo il destino a portarti in quella specifica battaglia, in quella specifica piazza — quella in cui io e i miei amici, per caso, non ci trovavamo. L’unica volta, in quel giorno specifico, in cui la polizia ha puntato i propri proiettili non verso il cielo, ma verso la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quanto mi è stato detto, se avessimo vissuto nella stessa città, è probabile che non saremmo andati molto d’accordo. Mi è stato detto che facevi parte dei punkabbestia di Genova, che (da quanto ho capito) sono simili ai chaos punk o agli street punk che avevamo nelle mie città. Non particolarmente organizzati, a volte facevano capolino alle riunioni politiche, ma sicuramente non erano attivisti, militanti o alcun tipo di gruppo dirigente.

Le Tute Bianche, le cui parole, ovviamente, ancora oggi sono riluttante a prendere per buone, ti hanno definito «non particolarmente politico». Hanno detto che passavi il tempo in Piazza delle Erbe, dove «chiedevi l’elemosina e bighellonavi con gli amici e i cani randagi». Non ho nulla contro tutto ciò, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Ma niente di tutto ciò ha importanza. Ciò che conta è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane teppista di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualunque cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che avrebbero dovuto ancora restarti da vivere. Forse la tua ribellione giovanile alla fine sarebbe svanita, avresti completato gli studi universitari, ottenuto una laurea, voltato pagina e guardato indietro con disprezzo ai tuoi giorni per strada da ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo salutare che hai attraversato nella tua vita prima di integrarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie alle conoscenze di tuo padre, mettere su famiglia e lanciare una moneta alla prossima generazione di punkabbestia mentre li incrociavi per le strade che un tempo erano le tue.

Oppure, chissà, forse saresti diventato un vecchio punk, con i capelli brizzolati ma ancora libero, con il cane al tuo fianco, a mendicare per le strade di Genova ancora oggi. Ma ti è stato rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non ricorderemo mai insieme quella calda e soleggiata giornata estiva in cui avresti potuto andare in spiaggia ma invece, indignato dall’irruzione della polizia nella tua città, ti sei unito a noi in battaglia.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di rimpiangere le tue scelte, di condannare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita rimanendo fedele a essi. Sarai per sempre, come il tuo migliore amico Daniele ha ricordato pochi giorni dopo la tua morte,

«qualcuno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che tutti noi abbiamo. Non si adattava alla società, al sistema. Ha sofferto molto e, poiché era più sensibile di noi, più generoso e più gentile, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, a pochi anni dall’adolescenza, che ci guarda da una foto ingiallita, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te disteso in una pozza di sangue mi balena costantemente nella mente.

Proprio come sono indignato dal fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro tu avessi ancora da scegliere, sono allarmato nel vedere il tuo ricordo svanire col tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché mi rivolgo a te in una lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che anche tu ci credessi. Forse è il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo alla fine divori tutti noi. Che, sebbene le circostanze possano essere diverse, sia la morte che lo scorrere del tempo un giorno verranno a cercarmi proprio come sono venuti a cercare te. Eppure – e qui presumo che siamo simili anche nello spirito – solo perché è inevitabile non significa che mi impedirà di cercare di impedirlo.

Eppure sono passati molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria con le azioni, eccoci qui: un anarchico ateo che scrive una lettera a un punk di strada morto. Sperando che altri la leggano e si informino su di te, sulle condizioni, i sogni e le avventure che hanno portato alla marea crescente del nostro movimento, e sull’onda che quel giorno ha travolto la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, solo una nota a piè di pagina in uno scontro lontano di un movimento ormai dimenticato da tempo. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e, alla fine, il tuo nome che svaniscono nei libri di storia.

Abbiamo combattuto la battaglia per la tua memoria sin dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per renderti giustizia. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. In Barricada, ti abbiamo definito con coraggio e senza esitazione un anarchico, senza mai sapere se ti identificassi con quella parola.

A nostra discolpa, non puoi immaginare come siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, ben intenzionato ma fuorviato, ti ha immaginato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consenziente che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa.

Ma so che non l’hai scelto tu, perché quel giorno stavi per non partecipare. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo fa. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

“Carlo vive — siete voi che siete morti.”

Poi c’erano i pacifisti e i riformisti. Oggi cerco di stare alla larga dal linguaggio iperbolico e settario degli anarchici della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro — delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te — mi torna tutto in mente, violentemente.

Se avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere alta la tua memoria — ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Quelli di noi che hanno agito con te, come te, che quel giorno erano tuoi compagni ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere quel pomeriggio in Plaza Alimonda — ci hanno denunciati.

Hanno detto che eravamo responsabili della violenza, che avevamo scatenato la furia dello Stato sui manifestanti pacifici. Che, indirettamente, eravamo noi i responsabili della tua morte, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie complottistiche secondo cui il black bloc e la resistenza massiccia, generalizzata e dignitosa fossero opera di poliziotti in borghese e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, di espellerci dal movimento, spingendoci verso i poliziotti, definendoci fascisti e teppisti. E il giorno dopo, mentre ci apprestavamo a vendicare la tua morte, hanno rivolto i loro cori di «Assassini!» tanto a noi quanto ai poliziotti.

Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e ipocrisia di onorare la tua memoria mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, era meglio che tu fossi morto piuttosto che vivo. Un teppista in vita, un martire nella morte.

I ragazzi di ATTAC, il Forum Sociale di Genova, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e l’intero miscuglio di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di trasformarti in una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua autonomia d’azione — come spesso fanno con coloro le cui scelte non riescono a comprendere o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto di tutto ciò sia cinico opportunismo e quanto invece derivi dal fatto che essi non riescano effettivamente a concepire alcuna forma di lotta al di là delle manovre politiche e degli scontri mediatici. Così, ogni volta che abbiamo messo in fuga i poliziotti — ogni volta che abbiamo creato abbastanza fronti per tenerli a bada, in modo che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il panorama del capitalismo e di prendersi le pause tanto necessarie e meritate tra una battaglia e l’altra, rilassandosi sui divani che avevamo sistemato per le strade con la spensieratezza di un falò in giardino — loro hanno immaginato un qualche grandioso piano poliziesco per giustificare la repressione contro l’intero movimento antiglobalizzazione. Noi che siamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, in virtù della tua morte, sei diventato una vittima e un martire. Semplicemente non riuscivano ad accettare che la ribellione a Genova non solo fosse spontanea e autentica, ma anche vittoriosa.

Sei morto proprio perché, quel giorno e in quel momento, stavamo avendo la meglio. I poliziotti stavano battendo in ritirata. Non so se tu lo abbia mai saputo, ma non è successo solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano «assassinato». Risparmierò a entrambi la ricostruzione voyeuristica dei minimi dettagli dei tuoi ultimi istanti. Ci sono stati anni di discussioni infinite sul fatto che il proiettile ti abbia colpito direttamente o sia rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi semplicemente tenendo in mano. Alla fine si è scoperto che il soldato che ti ha sparato aveva agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Onestamente, non sono nemmeno così sicuro che abbia importanza, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di rivendicare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se assumere il ruolo di vittima perpetua di fronte al grande e cattivo Stato potesse conferirci una sorta di superiorità morale agli occhi della società in generale. È disfattista e lo detesto, come immagino faresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

Parco Carlo Giuliani. Foto di Pinciolola.

A proposito di paura, ecco cosa ha dichiarato al giudice il carabiniere che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo averti ucciso:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, che ci attaccavano, che la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.”

Non fraintendetemi — non sono certo un amico dei poliziotti o dei soldati — ma non ho alcuna difficoltà a credergli. All’epoca aveva vent’anni, era poco più che un adolescente, mandato quel giorno per le strade di Genova dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacchi di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altre zone di Genova proprio quello stesso giorno. Mi sono trovato nel posto in cui ti trovavi tu, ma in un momento e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa che avevo davanti. Se fossi stato un poliziotto o un soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, un credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda di anarchici mascherati che avanzava e sembrava incontrollabile.

Parco Carlo Giuliani. Foto di Pinciolola.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è solo l’ombra di un essere umano.

Rilasciato dai carabinieri nel 2005 a causa di problemi psicologici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che lotta contro la depressione.

Non mi sorprende che io non provi quasi nessuna compassione per la sua situazione. Ma è lui, personalmente, un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a prendere una decisione definitiva al riguardo — al punto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, dedicato a te, in cui giuravamo di vendicarti, include la frase «Carlo non è stato vittima della brutalità della polizia» e allo stesso tempo proclama: «Hanno ucciso un anarchico».

«In memoria di un compagno caduto». Barricada n. 8. Estate/settembre 2001.

Per quanto disprezzo l’uomo che ti ha ucciso, alcuni anni fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti anarchici, mi identificassi così fortemente con te e sentissi la tua morte in modo così personale e appassionato:

«Quel giorno rimane per me un trauma, il trauma per la morte di un ragazzo come me, anch’io vittima in quel tragico giorno. Non sono un boia, non sono un giustiziere. Quel giorno non ho impugnato la pistola per Mario Placanica, l’ho impugnata per i Carabinieri, per lo Stato italiano.»

Per un attimo, tralasciamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima a sua volta, poiché sappiamo entrambi che non era un coscritto, ma un professionista che ha scelto volontariamente la propria professione. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere l’arma nelle mani di quel bambino soldato e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

«Uno di noi». L’abbiamo scritto con la vernice spray sui muri per anni. Uno delle migliaia e migliaia di persone che quel giorno, per le strade di Genova, hanno scelto di ribellarsi. Uno di noi, uno e lo stesso, a prescindere dall’etichetta politica che ci attribuiamo, a prescindere dal fatto che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri trascorrano le loro giornate a mendicare e a bighellonare con i propri cani per le strade della loro città.

Uno di noi. Tutti noi, a prescindere dalle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un mondo a pezzi e ci rifiutavamo di restare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con un sasso in mano, il volto mascherato, senza piegarti, con dignità. Nessun intermediario, nessuno spettacolo di ribellione inscenato, orchestrato o curato per assecondare i gusti immaginari delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni che ti stavano al fianco come tua forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nella lotta contro coloro che riconoscevamo come nostri nemici comuni.

Non mi lascerò andare qui a note nostalgiche su che persona meravigliosa fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare le persone da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli tinti». Qui non ci sarà alcun voyeurismo del dolore; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza ai tempi.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di combattere. Di combattere al nostro fianco, fianco a fianco. Uno di noi — ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ti ha colpito avrebbe potuto facilmente colpire chiunque di noi. Era destinato a chiunque di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni che seguirono la tua morte, ho capito quanto questa cosa sia dolorosamente e visceralmente vera — mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o i coltelli dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto, lo Stato ha scatenato una tempesta di proiettili che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non potevo fare a meno di ricordarti mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha ucciso un anarchico quindicenne ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sui poliziotti fuori dal Politecnico occupato. Anche allora eri nei nostri pensieri.

Quello che dirò ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma avrà senso per gli altri combattenti. Dopo molti anni, sono giunto alla conclusione che è proprio questo che siamo: combattenti. Naturalmente, non andiamo in guerra, e non pretendo che siamo cose che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di una vera e propria guerra. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, alla prigionia, alle ferite gravi, all’esilio. Queste non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo — almeno, non ancora.

In quanto combattente, credo in due cose contemporaneamente, anche se possono sembrare contraddittorie.

In primo luogo, la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti — sia per una questione di principio sia per una questione di legittima difesa. Per far capire allo Stato che il sangue dei ribelli, degli anarchici, comporta un prezzo altissimo.

Ma allo stesso tempo — ed è qui che molte persone non erano d’accordo con noi — la tua morte è stata inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo definirla un omicidio? Forse in senso lato, ma la domanda sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per interrompere i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, soprattutto quando le ribellioni iniziano ad avere successo e lo Stato comincia a prendere sul serio i propri nemici. E quando lo Stato li uccide, mi mancano, e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Sembra demagogia dire che mi manca una persona che non ho mai incontrato e con cui probabilmente non sarei nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, uccisi dai coltelli dei fascisti a Milano e a Madrid; come mi manca Clement, caduto combattendo contro i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti uccisi dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo di Gottinga che un giorno entrò nel nostro centro informazioni, di cui non ricordo nemmeno il nome, che – mi vergogno a dirlo – non ho mai preso sul serio, e che poi ha dato la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione in Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e tutti gli altri compagni che non ci sono più, perché quei proiettili e quei coltelli erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se forse non conosco la persona, ne conosco il tipo.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si paga a buon mercato. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un aldilà convenientemente bello, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorriso dall’alto, approvando i nostri sforzi.


Questo testo è tratto dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.


Questo murale in memoria delle vittime della polizia è apparso durante la Ribellione di George Floyd del 2020 nella zona sud di St. Louis, a poche miglia da Ferguson, nel Missouri, sede della storica rivolta del 2014.